INIZIATIVE



Progetto di prevenzione della leptospirosi


1. Introduzione

La leptospirosi è una malattia insidiosa diffusa tra molte specie di animali. L’infezione umana può avvenire attraverso il contatto diretto o indiretto del micro-organismo responsabile (specie patogena del genere Leptospira) con la cute o le mucose, come avviene comunemente a seguito di soggiorno in ambienti - in particolare acque stagnanti - precedentemente contaminati dalle urine e dalle feci di animali infetti (topo, ratto, maiale, bovini, ecc.). La malattia umana, talora estremamente grave, è pertanto più frequente nelle aree dedite all’agricoltura e all’allevamento; è diffusa in tutto il mondo ed è anzi da considerarsi tra le malattie infettive "emergenti".

Le categorie professionali più esposte al rischio leptospirosi sono gli agricoltori, gli allevatori, i lavoratori dei macelli e gli addetti ai Consorzi di bonifica. In realtà non esiste un periodo di quiescenza della malattia, e in tal senso devono essere presi in considerazione come possibili individui a rischio anche i cercatori di funghi, i cacciatori, i pescatori, i bagnanti e gli escursionisti in genere.

Non esistono vaccini anti-leptospira realmente efficaci per l’uomo, a causa dell’elevata variabilità strutturale delle leptospire, e le campagne di vaccinazione avviate anche in anni recenti non hanno dato risultati significativi.

La prevenzione della malattia si deve basare, quindi, sul controllo dell’infezione negli animali, sull’informazione riguardante il rischio di malattia nelle categorie umane maggiormente esposte, e su una politica di controllo dell’ambiente.

Il comprensorio del Consorzio Pedemontano Brenta occupa una estesa area a cavallo del fiume Brenta, estesa complessivamente su 70.933 ettari, che ricade su 54 Comuni, dei quali 21 in Provincia di Padova, 3 in Provincia di Treviso e 30 in Provincia di Vicenza. La popolazione residente nel comprensorio è stimata pari a circa 255.000 abitanti, su una popolazione complessiva nei 54 comuni di 625.000 abitanti, con n° 6 Aziende Sanitarie Locali interessate. Il Consorzio ha in gestione una rete idraulica complessiva di circa 2.400 km di canali. La superficie irrigua complessivamente si estende per circa 30.000 ettari; circa 7.000 ettari sono già irrigati con moderni sistemi ad aspersione, gli altri 23.000 ettari sono ancora adacquati con i tradizionali metodi a scorrimento. Il numero di utenti è di circa 100.000, di cui oltre 20.000 interessati dall’irrigazione. Il personale fisso del Consorzio è di 103 unità, a cui si aggiungono circa 60 operai stagionali avventizi.

La considerazione che la presenza di acque stagnanti sia uno dei fattori che può aumentare il rischio di acquisizione della leptospirosi ha portato a considerare il comprensorio del Consorzio di bonifica Pedemontano Brenta un ambiente ideale per un progetto pilota di monitoraggio dell’infezione in ambito territoriale. Sono infatti presenti, in detto comprensorio, numerose aziende agricole con connessa elevata densità di bestiame; l’irrigazione viene svolta ancora per la massima parte - e su notevole estensione - con i tradizionali metodi a scorrimento, che possono favorire il ristagno; la bonifica idraulica vi è importante realtà e si conta un elevato numero di addetti consortili potenzialmente esposti all’infezione; notevole è, infine, il numero di persone attive nel comprensorio (pescatori, cacciatori, bagnanti, rivieraschi dei fiumi e dei canali, ecc.) che vengono frequentemente a contatto con le acque.

Si aggiunga che le normative più recenti hanno assegnato ai Consorzi di bonifica nuovi compiti in materia di tutela dell’ambiente e del territorio.

Il Consorzio Pedemontano Brenta ha quindi deciso di attivare, con la collaborazione di un gruppo di esperti – medici e veterinari – uno studio di indagine sulla leptospirosi nel proprio comprensorio.

Il progetto elaborato si prefigge l’obiettivo di contribuire alla diminuzione della morbosità e mortalità per leptospirosi nel territorio amministrato dal Consorzio e di rafforzare il controllo dell’ambiente a fini di prevenire la trasmissione della leptospirosi, sia in ambito animale che umano, in modo integrato con le istituzioni sanitarie del territorio.

Nel progetto è prevista un’azione di informazione ed una di monitoraggio, sia sugli animali che sull’uomo.

La Regione Veneto ha patrocinato e finanziato il progetto presentato dal Consorzio per un importo di 150.000 Euro, con delibera della Giunta Regionale n° 3115 in data 8 novembre 2002, dandone incarico al Consorzio stesso in collaborazione con le Aziende U.L.S.S. competenti per lo svolgimento, in particolare con l’ULSS 15 per il coordinamento del progetto.

Lo svolgimento si è concluso, con i risultati che di seguito si descrivono.

2. Risultati.

 

L’indagine condotta nel 2003-2004 può essere definita di sieroprevalenza perché studia la diffusione dell’infezione ( prevalenza) tramite l’analisi del siero ottenuto dal sangue.

 

In particolare sono stati ottenuti n. 893 campioni  di sangue da persone  sul cui siero è stata effettuata la ricerca degli anticorpi contro le leptospire, quali traccia una precedente infezione. Le analisi sono state effettuate dal laboratorio di microbiologia dell’Università di Trieste.

 

Sono stati inoltre ottenuti campioni di sangue di animali sia domestici che selvatici che sono stati analizzati dal Laboratorio dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie di Legnaro.

 

L’esame dei risultati dello studio sull’uomo permettono di stabilire in estrema sintesi che la prevalenza (diffusione) dell’infezione nella popolazione oggetto dell’indagine composta da un campione di 893 persone è del 13,3 su 100, ma anche che 6.3 persone su cento sono venute a contatto con diversi ceppi di lepstospire.

Tanto sta a significare che nel territorio l’infezione è presente in modo significativo ed un numero non trascurabile di persone ha avuto più di un contatto con i vari ceppi di questo agente infettivo verosimilmente in occasioni diverse.

 

I principali risultati dell’indagine sugli animali sono riassunti nella tabella che segue.

 

Specie Animale

N. Animali

di cui positivi

N. Allevamenti

di cui positivi

BOVINO

1410

17

144

14

SUINO

111

9

11

3

CANE ‘rurale’

55

5

 

SELVATICI

NUTRIA

35

17

RATTO

24

4

TOPO

7

0

 

 

L’indagine sugli animali domestici e di allevamento sottolinea come la gran parte delle positività sia debole (a livello di soglia o poco superiore), il che è indicativo di infezioni non recenti.

Nei selvatici invece si riscontra una maggiore diffusione (prevalenza), con la tendenza ad avere titoli un po’ più elevati. 

E’ inoltre interessante rilevare che la maggior parte degli animali sia domestici che selvatici risulta positiva verso la Leptospira icterohaemorrhagiae, la quale, come noto, ha il suo serbatoio nel Rattus norvegicus (ratto grigio) e può essere molto pericolosa per l’uomo.

Fanno eccezione i suini, specie nella quale tutte le sieropositività riscontrate sono invece indirizzate verso la sierovariante bratislava, tipica della specie suina.

 

 

3. Considerazioni pratiche per la prevenzione delle leptospirosi negli animali e nell’uomo, alla luce dei risultati delle ricerche effettuate nel territorio del Consorzio di bonifica Pedemontano Brenta.

 

L’esame dei risultati delle analisi sierologiche sugli animali domestici e selvatici del nostro territorio, sottolinea l’importanza strategica di due componenti fondamentali per ridurre il rischio di contrarre tale insidiosa e pericolose malattia, sia per noi che per i nostri animali:

1.   l’adozione di adeguati comportamenti igienici a livello personale;

2.   l’igiene ambientale.

 

Quanto sopra affermato è illustrato in modo schematico nei punti seguenti:

 

 

A) Allevamenti bovini e suini e pratiche agricole

 

La prevalenza negli allevamenti di bovini e suini è risultata piuttosto bassa, e inferiore a quella riferita da precedenti ricerche in Italia. Tale fatto tuttavia conferma che l’infezione è presente, anche se appare attualmente sotto controllo.

 

Si conferma pertanto l’opportunità delle precauzioni igieniche per tutti gli addetti agli allevamenti i quali devono:

1.     indossare stivali quando entrano in stalla;

2.     proteggere le mani con guanti impermeabili quando rischiano di entrare in contatto con deiezioni (feci) animali e soprattutto con materiale patologico (es. feti, placente, carcasse, ecc.);

3.     cambiarsi e lavarsi le mani prima di rientrare in casa.

 

Le stesse precauzioni devono essere adottate dagli addetti ai macelli.

 

E’ fondamentale la maturazione completa del letame e dei liquami prima che vengano sparsi nei terreni agricoli, e, in caso di ricorso alla fert-irrigazione, si deve evitare di far pascolare il bestiame e raccogliere foraggi freschi.

 

Ai “turisti della campagna” (cacciatori, cercatori di funghi, escursionisti, ecc.) è sconsigliato avventurarsi in terreni concimati di recente, bagnarsi nei fossi, entrare negli allevamenti senza opportuno vestiario protettivo, calzature comprese.

 

B) Cani

 

La ricerca nel nostro territorio ha dimostrato una sieroprevalenza che, se da un lato risulta al di sotto delle aspettative, dall’altro conferma che questa specie è un serbatoio attivo e potenzialmente pericoloso.

Il cane infatti vive a stretto contatto con l’uomo, e talvolta anche in eccessiva promiscuità.

Emerge ancora una volta la necessità di rispettare le elementari norme di igiene anche nei confronti del miglior amico dell’uomo, in particolare:

1.     evitare il contatto con saliva e urina o con superfici contaminate e, nel caso ciò avvenga,

2.     lavarsi subito le mani, soprattutto se si è entrati in contatto con animali randagi o sconosciuti.

 

Una corretta vaccinazione è fondamentale per proteggere i nostri cani.

Tuttavia, poiché la vaccinazione contro la leptospira nel cane non dà garanzia assoluta di immunità, è importante:

1.     evitare che i cani frequentino ambienti contaminati da ratti e altri animali selvatici;

2.     impedire le “fughe d’amore” dei nostri animali, durante le quali possono entrare in contatto, o più spesso in conflitto, con randagi;

3.     infine si ricorda la necessità di una tempestiva visita veterinaria ogniqualvolta un animale mostri segni di malattia gravi o persistenti.

 

Per quanto riguarda i cani randagi, si raccomanda la collaborazione dei cittadini nella lotta al randagismo anche per la prevenzione della leptospirosi animale ed umana:

1.     iscrivendo i propri animali all’anagrafe canina;

2.     evitando di lasciarli vagare;

3.     segnalando subito la presenza di cani randagi.

 

 

C) Animali Selvatici

 

I risultati delle analisi effettuate dai prelievi sui ratti, con una positività superiore al 15%, confermano la pericolosità di questo animale nel nostro territorio ed evidenziano ancora una volta la necessità di una attività sistematica di derattizzazione negli allevamenti, in tutti gli stabilimenti che hanno trattano con alimenti e mangimi.

In un territorio che, per le sue caratteristiche, quali la notevole estensione della rete di canali e corsi d’acqua e la presenza di allevamenti e coltivazioni cerealicole, costituisce un ambiente molto favorevole alla proliferazione di questi animali, il controllo della popolazione di questi roditori si configura come una esigenza di sanità pubblica, in special modo nei centri abitati.

Attenzione deve essere posta anche nella gestione degli spazi esterni delle abitazioni, evitando l’accumulo di materiali (esempio: cataste di legna o materiali vari), che possono fornire rifugio ai ratti.

 

Per quanto riguarda le nutrie, è stata trovata una positività sierologica quasi del 50%, positività elevata e comunque superiore a quella riportata dai pochi studi finora pubblicati in Italia. La nutria, diffondendosi, costituisce quindi un serbatoio ed una importante fonte di contaminazione per acque, terreni, animali ed infine persone.

Risulta quindi confermata l’utilità della campagna di controllo della proliferazione di questi animali attuata dalla Provincia.

 

Oltre alle pratiche di controllo della popolazione dei roditori selvatici, è altresì determinante la collaborazione dei cittadini, che devono evitare di rendere disponibili alimenti e contribuire ad una corretta gestione dei rifiuti, specialmente, ma non solo, quelli alimentari.

 

E’ evidente la necessità di misure di protezione per chi frequenta. specchi d’acqua, canali, zone umide e terreni limitrofi, dove sono presenti ratti e nutrie: usare stivali e guanti, coprirsi gambe e braccia, cambiarsi e lavarsi quando si torna a casa.

 

Il bagno in acque dolci in luoghi diversi da dove è ufficialmente consentita la balneazione è sempre sconsigliato e comunque è fondamentale evitare le acque stagnanti e quelle popolate da nutrie o ratti, anche se apparentemente pulite.

In caso di malessere persistente che segue a distanza di qualche giorno un bagno o una caduta accidentale in acqua è di fondamentale importanza informare del fatto il medico curante.


 

DOMANDE E RISPOSTE SULLA LEPTOSPIROSI

 

 

Da quando è conosciuta la leptospirosi?

 

La prima data certa è il 1886, anno della prima descrizione della malattia da parte del medico tedesco Adolph Weil. Alla denominazione scientifica di leptospirosi si affiancano comunque, da epoca indefinita e in varie parti del mondo, altre denominazioni derivate dall’esperienza popolare: malattia autunnale, malattia dei sette giorni, malattia dei campi di canna da zucchero, malattia dei porcai, malattia del fango, malattia di Fort Bragg, e… malattia del topo.

Nel 1914 venne coltivato per la prima volta in laboratorio un microbo particolare, una “spirocheta”, successivamente identificata come Leptospira.

 

 

Come si manifesta la malattia nell’uomo ?

 

Per la varietà delle manifestazioni, la malattia spesso non viene riconosciuta o viene scambiata per altre malattie (per esempio, influenza). Si stima che  circa il 90 % delle infezioni diano malattia di lieve entità, che si risolvono spontaneamente.

 

La leptospirosi umana in forma grave non è frequente, tuttavia, in circa il 5-10 % degli individui infettati si sviluppa un severo quadro di malattia (Sindrome di Weil) che, se non diagnosticato precocemente e curato tempestivamente, può portare anche a morte.

Questa grave forma di leptospirosi spesso si manifesta all’inizio come una forma simil-influenzale ad esordio improvviso e caratterizzata da febbre, dolore muscolare, cefalea, congiuntivite, nausea e colica addominale.

Una casistica italiana pubblicata nel 1988 su 300 leptospirosi accertate, riporta che il 21 % dei casi si presentava con sintomi respiratori o simil-influenzali .

Nella settimana successiva l’evoluzione della  malattia può diventare particolarmente violenta e l’interessamento degli organi interni appare evidente.

Comunemente sono coinvolti i reni con insufficienza renale, il fegato con l’ittero (colorazione gialla della pelle), i polmoni, il cuore con insufficienza cardio-respiratoria e il Sistema nervoso centrale con delirio.

Si possono manifestare emorragie in una percentuale intorno al 30– 50% dei casi e la mortalità che, a seconda delle casistiche viene documentata tra 1,4 e 20 % dei casi, è dipendente dalla tempestività della diagnosi e dall’ efficacia della terapia che è essenzialmente costituita dalla terapia antibiotica.

 

 

Cosa provoca i sintomi della leptospirosi?

 

La leptospira tramite una tossina (veleno) danneggia la parte interna (endotelio o parete) dei vasi sanguigni, con un meccanismo ancora poco conosciuto.

Il fatto che possano essere colpiti tutti gli organi interni spiega la varietà dei sintomi: nefrite interstiziale (danno al rene), ittero (danno al fegato), cefalea e delirio (irritazione delle meningi), sanguinamento (danno ai vasi sanguigni e distruzione delle piastrine).

Altri effetti negativi tardivi sono probabilmente dovuti ad una reazione auto-immunitaria contro i tessuti degli organi provocata dal microbo.

 

 

La leptospirosi è una malattia grave ?

 

La malattia in forma grave (Morbo di Weil)  può portare a morte in una percentuale di casi compresa tra il 5 e il 30%, a seconda della prontezza e della qualità della cure prestate.

Le principali cause di morte sono l’insufficienza renale, le emorragie diffuse, l’insufficienza cardiaca e polmonare.

 

 

La Leptospirosi è una malattia diffusa?

 

Per una stima più precisa della diffusione della malattia è necessario ricordare che la maggior parte delle infezioni, danno malattia in forma leggera che si possono confondere con una forma influenzale.

 

 

Come si spiega la diversa gravità dell’infezione in soggetti diversi?

 

Non sembra esserci relazione diretta tra virulenza e sottospecie (serovar) di leptospira; in altre parole, lo stesso serovar di leptospira può causare malattia di gravità differente in soggetti diversi.

Alcune situazioni, come l’età anziana e la coesistenza di malattie croniche, si associano con un maggior rischio di morte.

E’ probabile che l’entità della dose infettante, ossia il numero di micro-organismi che riescono a penetrare nell’organismo umano, possa condizionare l’andamento della malattia.

 

 

Come si cura la leptospirosi ?

 

La terapia della leptospirosi si basa sull’uso degli antibiotici e su interventi finalizzati alla cura dei sintomi. È dimostrato che l’inizio precoce (entro i primi 2 giorni di malattia) della terapia antibiotica accorcia la durata della malattia e ne migliora la prognosi.

Nelle forme lievi-moderate possono essere somministrati antibiotici  bocca.

Nelle forme gravi, gli antibiotici debbono essere somministrati per via endovenosa; il farmaco di prima scelta allora è ancora la penicillina, la cui efficacia è stata dimostrata anche nelle forme severe e avanzate.

Il medico deve iniziare la cura quanto prima, anche sulla base del solo sospetto diagnostico di leptospirosi; quindi, nella stragrande maggioranza dei casi, senza l’aiuto degli esami di laboratorio

I casi gravi richiedono  il ricovero in ospedale.

La cura ed il controllo dei sintomi sono di grande importanza, come ad esempio la somministrazione di liquidi in caso di shock ( collasso ) , la cura del dolore (analgesici), possono essere necessarie anche di sedute di dialisi in caso di insufficienza renale.

 

 

La malattia può lasciare esiti?

 

Dopo la fase acuta, possono residuare: debolezza persistente, alterazioni dell’umore (ad esempio, depressione), sintomi neurologici come paralisi transitorie, particolari infiammazioni dell’occhio (iridociclite, uveite).

Le infiammazioni oculari sono causate, per quanto si conosce, dalla reazione immunitaria attivata dall’organismo contro le leptospire.  Non vi è prova, comunque, di malattia persistente o cronica.

 

 

Cosa sono le leptospire ?

 

Il nome leptospira deriva dal greco “lepto”  (lepto= sottile) e “speira”  (speira = spirale); le leptospire (figura) infatti sono microrganismi mobili con corpo allungato a forma di spirale molto stretta.

 

                                            

Figura: Leptospire in coltura

 

 

Questi batteri, vitali solo in presenza di ossigeno, per poter crescere e per moltiplicarsi necessitano di ambienti umidi con temperatura intorno ai 28° - 30°C.

La leptospirosi è definita essere una ZOONOSI, ovvero una malattia infettiva che per la sua trasmissione necessita di un ospite animale intermedio che per lo più si identifica con un mammifero (sia domestico, sia selvatico).

 

 

Quali animali possono essere infettati?

 

Le Leptospire possono infettare anche pesci, anfibi, rettili ed uccelli, ma non sono noti casi di malattia in questi animali provocati da questi microbi

Tutti mammiferi possono essere infettati da microbi appartenenti al genere leptospira con o senza segni di malattia, il cane in particolare può ammalarsi in forma grave e morire di leptospirosi.

Il gatto non appare particolarmente interessato da questa malattia e pare non trasmetterla.

Il mammifero che è stato rilevato essere sempre presente nella lista degli animali infetti delle  varie indagini condotte nel mondo, è il ratto: è per questo motivo che la leptospirosi è impropriamente  definita “malattia del topo”.

E’ evidente una stretta relazione tra tipo di leptospira e la sensibilità della specie animale, come è pure evidente la relazione tra tipo di leptospira e la specie animale che fa da serbatoio

Infatti, questa malattia viene trasmessa principalmente attraverso le urine di animali infetti, essendo il rene l’organo principale di serbatoio di leptospire.

Si può affermare senza pericolo di smentita che la leptospirosi è la zoonosi maggiormente rappresentata nel mondo.

 

 

Quante varietà di leptospira sono conosciute?

 

Si  conoscono più di cento varietà di  leptospira e la diffusione  di specifici ceppi batterici tra specie animali diverse non è infrequente.

In particolare è possibile trovare nel cane varietà di leptospira più spesso presenti nel bestiame di allevamento.

Anche questa affermazione deve indurre a riflettere come la possibilità di contagio possa essere insidiosa e specialmente in rapporto al frequente contatto tra il cucciolo di cane e i bambini.

Anche se l’infezione nell’ animale può essere inapparente,  gli animali  portatori dell’ infezione possono contenere alte cariche microbiche nel loro rene ed eliminare leptospire con le urine per mesi o, in qualche caso, anche per anni.

 

 

Quali sono le modalità di contagio ?

 

L’uomo può contrarre infezione da leptospira per via diretta attraverso morsicatura o leccatura di animali infetti, o attraverso il contatto con tessuti o con urine di animali infetti.

Indirettamente il contagio può avvenire attraverso acqua o suolo o vegetazione contaminata.

Non c’è dubbio che perché avvenga l’infezione è necessario che il contagio avvenga su superfici nelle quali siano presenti piccole ferite o escoriazioni o, in casi particolari, attraverso la mucosa della bocca o per via congiuntivale (tramite lo strofinamento degli occhi con dita infettate).

Da queste affermazioni è facilmente comprensibile che, oltre a quella definita come popolazione a rischio (agricoltori, allevatori, operatori ecologici, ecc.), tutta la popolazione in generale è potenzialmente a rischio di contrarre l’infezione.

In tal senso devono essere presi in considerazione gli escursionisti, gli sportivi, i bagnanti, i raccoglitori di funghi, i pescatori e i cacciatori, là dove la loro attività di tempo libero si svolga in zone in cui le condizioni ambientali e climatiche favoriscano la crescita e lo sviluppo delle leptospire.

 

 

Come si può prevenire l’ infezione?   

 

Secondo uno studio pubblicato nel 2000, la profilassi mediante vaccinazione non previene l’infezione da leptospira in aree di infezione endemica, ma ha un significativo effetto protettivo nei confronti della gravità della malattia ( morbidità) e della mortalità in caso di epidemia.

Pertanto il miglior modo di difendersi dal rischio di contrarre la malattia è quello di adottare adeguati comportamenti

Certamente il rischio di contrarre l’infezione può essere notevolmente ridotto osservando alcune precauzioni quali:

1) Non bagnarsi in torrenti, laghi, stagni o corsi d’acqua a lento scorrimento quando si hanno ferite o escoriazioni;

2) durante le emergenze ( alluvioni) evitare il contatto diretto con acqua e fango se non indossando guanti e stivali;

3) non bere acque superficiali (di pozze, laghetti, stagni ecc.) se non dopo bollitura o preventivo trattamento chimico;

4) drenare e prosciugare pozze di acqua stagnante

5) fare attenzione alla presenza di topi, ratti, nutrie  intorno alle abitazioni o al luogo di lavoro;

6) utilizzare tutti i presidi protettivi quando si opera in ambienti a rischio.

 

 

Si può aiutare il medico a far diagnosi di leptospirosi?

 

Il medico potrà pensare alla leptospirosi in presenza di sintomi quali febbre con brivido, mal di testa, dolori muscolari, ittero, arrossamento congiuntivale.

Naturalmente, sarà facilitato nella diagnosi dalla conoscenza di un’eventuale contatto del paziente con animali infetti o con un ambiente contaminato da urine di animali.

Per questo motivo è della massima importanza riferire al medico anche episodi apparentemente banali, come l’abitudine alla pesca o il contatto con acque stagnanti, soprattutto da parte di persone a maggior rischio di esposizione.

Tale esposizione potrà essere:

- di tipo professionale: agricoltori, allevatori, veterinari, lavoratori dei macelli, barcaioli, minatori, lavoratori addetti alle bonifiche, ecc.

- legata alle attività ricreative e del tempo libero: nuotatori, canoisti, pescatori, cacciatori, cercatori di funghi ecc.

- di tipo accidentale: ad esempio la caduta in un canale o fosso a seguito di incidente.


 

Appunti per il Medico e per il Veterinario

 

 

Il ruolo del laboratorio nella diagnosi di leptospirosi

 

Nel caso della leptospirosi, la funzione del laboratorio è principalmente quella di confermare l’ipotesi diagnostica già avanzata dal medico. La conferma della diagnosi può essere effettuata mediante:

- dimostrazione della presenza di anticorpi nel sangue del paziente (sierologia);

- isolamento delle leptospire da campioni organici del paziente (ad esempio, sangue, urine, tessuti);

- dimostrazione delle leptospire in campioni di tessuti del paziente mediante anticorpi marcati con composti fluorescenti;

 

E’ necessario tenere conto delle varie fasi dell’infezione.

Le leptospire circolano nel sangue del paziente per circa 10 giorni dall’inizio della malattia; possono essere presenti nel liquido cefalo-rachidiano dalla fine della prima settimana alla metà della seconda; sono presenti nelle urine per alcune settimane dopo l’inizio della seconda settimana di malattia. La produzione di anticorpi inizia in media dopo 7-10 giorni dall’esordio, ma può essere ritardata, ad esempio qualora sia stato somministrato trattamento antibiotico.

Di conseguenza, la prassi è quella di raccogliere i seguenti campioni:

- Sangue per isolamento della leptospira, entro i primi 10 giorni di malattia;

- Sangue per esami sierologici (ricerca di anticorpi). E’ necessario raccogliere almeno due campioni, separati da diversi giorni, per dimostrare un eventuale aumento della concentrazione di anticorpi anti-leptospira nel sangue del paziente; tale aumento (movimento sierologico) è molto utile per confermare la diagnosi clinica;

- Urine per isolamento della leptospira, nel corso della seconda e terza settimana di malattia;

- Liquido cerebro-spinale (prelevato tramite puntura lombare), entro la prima settimana di malattia

 

La presenza di leptospire può essere poi dimostrata mediante tecniche di immunofluorescenza o con particolari colorazioni istologiche su tessuti prelevati in vivo (biopsia) o post-mortem (riscontro autoptico).

 

Se il siero del paziente contiene anticorpi specifici contro la leptospira, essi reagiranno contro l’antigene (ossia contro le leptospire vive oppure contro estratti delle stesse). In genere è anche possibile evidenziare anche la quantità relativa (titolo) di anticorpi presenti nel sangue. Il titolo anticorpale cresce gradualmente durante le varie fasi della malattia conclamata, raggiungendo un picco durante la convalescenza, e successivamente inizia a declinare. E’ probabile, ma non certo, che una quantità anche minima di anticorpi permanga, dopo la guarigione, per tutta la vita del paziente.

Per la dimostrazione della presenza di anticorpi, il metodo di riferimento è il test di microagglutinazione (MAT). Il siero del paziente viene mescolato, in varie diluizioni, con sospensioni di leptospire vive o uccise con formalina (il test con leptospire vive è il migliore, in quanto più sensibile): se vi sono anticorpi nel siero, le leptospire si agglutinano (ovvero formano dei piccoli “grumi”) e tale agglutinazione è visibile al microscopio con tecniche opportune.

Esistono però altre metodiche che non prevedono l’uso di leptospire vive. Per esempio, nelle tecniche ELISA l’antigene (estratto di leptospira) è fissato a dei piccoli pozzetti dove viene aggiunto il siero del paziente; la reazione antigene-anticorpo, qualora presente, può essere evidenziata dall’aggiunta di altri anticorpi, marcati con composti fluorescenti, che si legano agli anticorpi anti-leptospira e consentono una lettura ottica della fluorescenza. Queste tecniche possono essere parzialmente automatizzate e la loro diffusione è in continuo aumento.

La reazione antigene-anticorpo è sfruttata anche da una serie di metodiche, cosiddette “rapide”, che sono molto comode ma meno affidabili rispetto al MAT o agli ELISA, perché meno sensibili: dipstick test (antigene fissato ad una striscia di nitrocellulosa contenente un reagente colorimetrico, che descrive bande di colore netto qualora nel siero siano presenti anticorpi specifici); test di agglutinazione al lattice (antigene fissato a piccole biglie di lattice, che vengono agglutinate dalla presenza di anticorpi specifici); test di agglutinazione macroscopica su vetrino (test di Galton: il siero del paziente viene emulsionato con estratti di leptospire fissati su vetrino, dando luogo ad agglutinazione visibile ad occhio nudo qualora vi sia presenza di anticorpi specifici a titolo sufficiente). Purtroppo, tutti questi test tendono a risultare costantemente negativi (scarsa sensibilità) per tutta la prima settimana di malattia, ossia proprio nel periodo in cui sarebbe maggiormente necessaria al medico la conferma laboratoristica del sospetto diagnostico.

 

 

Acquisizioni recenti  nella diagnosi di leptospirosi?

 

Una delle più importanti è la tecnica PCR. Questo metodo consente di amplificare segmenti specifici del materiale genetico (DNA) delle leptospire, qualora esso sia presente in campioni clinici (sangue, urine, etc.) e, di conseguenza, confermare la presenza delle stesse. Tale dimostrazione è indipendente dalla presenza di anticorpi specifici e quindi può teoricamente avvenire anche prima dell’inizio della risposta anticorpale dell’organismo, ossia fin dai primi giorni di malattia. Vi sono però alcuni svantaggi: è richiesta una tecnologia estremamente sofisticata (che può essere in dotazione soltanto ad alcuni laboratori di riferimento) ed è possibile che vi siano risultati falsamente positivi (contaminazione da parte di quantità anche piccolissime di DNA proveniente da altri micro-organismi presenti nel laboratorio) o falsamente negativi (presenza nei campioni clinici di sostanze inibitrici della reazione di amplificazione).

La tecnica PCR va pertanto considerata in fase ancora sperimentale e al momento non è possibile prevedere quale sarà la sua diffusione in futuro.

 

 

I principali problemi aperti nella diagnosi di leptospirosi?

 

Anche in base a quanto detto precedentemente, sono sostanzialmente quattro:

 

1. Insufficiente sensibilita’ di tutti i test sierologici nel corso della prima settimana di malattia, periodo critico per ogni decisione terapeutica.

2. Scarsa esperienza con i test basati su PCR.

3. La ricerca scientifica è prevalentemente orientata, anche per motivi commerciali, verso test per di diagnosi rapida, che al momento non sono particolarmente affidabili.

4. Per evidenti motivi di costo, i progressi diagnostici sono poco accessibili proprio alle popolazioni (paesi in via di sviluppo) tra le quali la malattia è maggiormente diffusa.


 

LE LEPTOSPIROSI ANIMALI

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Le leptospirosi animali rappresentano un complesso di entità nosologiche, accomunate dall’eziologia (sono infatti sostenute da spirochete del genere Leptospira) e dal potenziale zoonosico.  Nell’animale il quadro clinico è estremamente variabile, presentandosi in forme da subcliniche a fatali; gli animali che superano l’infezione acuta possono evolvere in portatori cronici, a livello specialmente di rene ed apparato genitale. L’uomo invece funge di norma da ospite cieco, essendo la trasmissione interumana un evento assai raro.

 

 

EZIOLOGIA

 

L’agente eziologico delle leptospirosi animali si presenta come un germe gram-negativo, mobile, di aspetto filamentoso (0,5 µ diametro x 10-20 µ lunghezza).

 

Considerando il potere patogeno, all’interno del genere Leptospira sono definibili due ‘gruppi’ distinti, comprendenti il primo (Leptospira biflexa) le leptospire non patogene saprofite ed il secondo (Leptospira interrogans) quelle patogene. Esiste infine un terzo ‘gruppo’, non identificato da alcuna particolare denominazione, il quale include leptospire che, relativamente al potere patogeno, si collocano fra quelle saprofite e quelle patogene. Sulla base dell’analisi del genoma batterico, ciascun gruppo viene suddiviso in più specie (dette ‘genospecie’), le quali a loro volta possono articolarsi in più sottogenospecie, secondo lo schema qui di seguito riportato:

 

GRUPPO

GENOSPECIE

SOTTOGENOSPECIE

GRUPPO APATOGENO (Biflexa sensu lato)

biflexa

wolbachii

eccetera …

GRUPPO INTERMEDIO

inadai

fainei

GRUPPO PATOGENO (Interrogans sensu lato)

borgpetersenii

hardjobovis, tarassovi, ballum, …

interrogans

australis, bratislava, pomona, canicola, icterohaemorrhagiae, hardjoprajitno copenagheni, …

kirschneri

grippotyphosa

noguchii

santarosai

weilii

 

In questo schema di classificazione, all’interno di ciascun gruppo l’articolazione in specie/sottospecie si basa fondamentalmente sull’analisi del genoma batterico, motivo per il quale si parla di ‘genospecie’ piuttosto che di specie.

 

Considerando la reattività immunologica nei confronti di antisieri policlonali (di norma prodotti su coniglio) è invece possibile proporre un altro schema di classificazione, articolato in sierogruppi e sierovarianti. Il criterio di classificazione prende in esame l’entità dell’agglutinazione prodotta con gli antisieri specifici, definendo due categorie

ü     SIEROGRUPPO: due leptospire appartengono a sierogruppi diversi quando non mostrano alcuna reattività crociata

ü     SIEROVARIANTE: due leptospire appartengono a sierovarianti diverse (nello stesso sierogruppo) quando presentano una reattività crociata significativa, ma non completa; di contro due leptospire appartengono alla stessa variante se presentano una reattività crociata completa

In realtà le definizioni di cui sopra rappresentano una grossolana semplificazione di una procedura di analisi  ben più complessa.

Sulla base di tale reattività immunologica, è possibile predisporre un altro schema di classificazione delle leptospire, riportato in parte nella tabella seguente:

 

SIEROGRUPPO

SIEROVARIANTE

GENOSPECIE

AUSTRALIS

australis, bratislava

interrogans

BALLUM

ballum

borgpetersenii

CANICOLA

canicola

interrogans

GRIPPOTYPHOSA

grippotyphosa

interrogans

ICTEROHAEMORRHAGIAE

icterohaemorrhagiae, copenagheni

interrogans

POMONA

pomona

interrogans

SEJROE

sejroe

borgpetersenii

hardjobovis

hardjoprajitno

interrogans

TARASSOVI

tarassovi

borgpetersenii

 

E’ interessante notare come genospecie diverse (ad es. sierovariante hardjoprajitno e sierovariante hardjobovis, corrispondenti alle genospecie borgpetersenii e rispettivamente interrogans) possono essere incluse nello stesso sierogruppo, mentre all’interno della stessa genospecie esistono ceppi di leptospira appartenenti a sierogruppi diversi.

 

Di fatto, a livello di analisi sierologica, la risposta analitica viene formulata sulla base della reattività nei confronti delle sieroviarianti utilizzate nella prova di agglutinazione.

 

 

SUSCETTIBILITA’ E SPETTRO D’OSPITE

 

Tutti i mammiferi possono essere infettati da microorganismi appartenenti al genere Leptospira, con/senza la comparsa di sintomatologia clinica. Pesci, rettili ed anfibi risultano pure suscettibili all’infezione, ma non sono descritti in tali animali episodi di malattia ascrivibili a Leptospira, né è noto il loro ruolo epidemiologico. Infine, non sono descritti episodi di leptospirosi, almeno in condizioni naturali, fra gli uccelli.

Per quanto riguarda i mammiferi, esiste una chiara correlazione tra sensibilità della specie animale e sierovariante di Leptospira; esiste peraltro una correlazione altrettanto chiara tra sierovariante di Leptospira e specie animale che funge da serbatoio dell’infezione, e non sempre la/le specie sensibili coincidono con quelle che fungono da serbatoio dell’infezione.

Lo schema di seguito riportato cerca di riassumere in modo schematico i dati disponibili relativi alle correlazioni tra specie animali e sierovarianti. Sono evidenziate in grassetto, per ciascuna specie animale, le sierovarianti più importanti da un punto di vista clinico.


 

 


 

SPECIE SUSCETTIBILE

SIEROVARIANTI

SPECIE SERBATOIO

Bovini,

hardjo, pomona, tarassovi, grippotyphosa, bratislava, sejroe, canicola ecc.

Bovini (hardjo)

Suini

pomona, tarassovi, bratislava, grippotyphosa, sjeroe, canicola ecc.

Suini (pomona, tarassovi, bratislava)

icterohaemorrhagiae, copenagheni

microroditori

Cani

canicola

cani

icterohaemorrhagiae

microroditori

Cavalli

pomona, bratislava

 

Roditori

Rattus rattus (sierogruppo ballum)

Rattus norvegicus (sierogruppo icterohaemorrhagiae)

 

 

EPIDEMIOLOGIA

 

Come evidenziato nella tabella sopra riportata, per ciascuna sierovariante è possibile definire la/le specie serbatoio (entro il quale la sierovariante si mantiene in animali portatori) nonché la/le specie suscettibili all’infezione e/o malattia come ospiti terminali, infettati occasionalmente. Un esempio classico è offerto dalla sierovariante icterohaemorrhagiae, che ha il suo serbatoio nel Rattus norvegicus ed infetta occasionalmente (con esito anche letale) i cani.

E’ interessante notare come, all’interno di una stesse specie, il quadro clinico della malattia possa variare significativamente in funzione della leptospira infettante: è il caso ad es. del bovino, specie nella quale le infezioni da sierovariante hardjo (di fatto adattata alla specie bovina, in cui ha il suo serbatoio) si traducono in quadri clinici meno gravi di quelli provocati da infezioni accidentali sostenute ad es. da grippotyphosa .

Nelle specie serbatoio l’infezione da leptospira esita di frequente nello stato di portatore, caratterizzato da assenza di sintomatologia e presenza della leptospira, persistente nel tempo, in alcuni organi/apparati: fra questi in modo particolare il rene (con conseguente escrezione a livello urinario) e l’apparato genitale (con possibilità di contagio per via venerea).

Le infezioni accidentali in specie non serbatoio possono sì dar luogo ad episodi clinici particolarmente gravi, ma non evolvono mai nello stato di portatore e di regola non danno luogo a catene infettive autonome. L’uomo si configura come ospite accidentale.

Il contagio avviene per via

ü     Diretta: per contatto con animali infetti (e con loro escreti e secreti, in particolar modo urina e secreti genitali) appartenenti alle specie serbatoio; possibile anche la trasmissione verticale per via transplacentale ed il contagio per via galattogena

ü     Indiretta: per contatto con leptospire disperse nell’ambiente da animali infetti; a tale riguardo, le fonti di contagio più pericolose risultano essere le acque superficiali (specie se stagnanti) contaminate da urina infetta ed i reflui (specialmente degli impianti di macellazione); tuttavia anche nel suolo (fatte salve particolari condizioni di pH ed umidità) le leptospire sopravvivono per periodi di tempo significativi (1-2 mesi). In particolari terreni argillosi si creano delle strutture colloidali che trattengono l’umidità ed assorbono i microrganismi, consentendo a questi di sopravvivere anche in condizioni di clima asciutto, per poi rilasciarli quando si ricreano le condizioni di umidità opportune

Le leptospire penetrano nel corpo dell’animale attraverso le mucose (apparato genitale, digerente e respiratorio) e/o soluzioni di continuo della cute oppure, nel caso della trasmissione transplacentale, attraverso i vasi sanguigni.

 

 

PATOGENESI, IMMUNITA’ E CLINICA

 

La lesione primaria delle leptospirosi in tutti i mammiferi, uomo compreso, consiste nel danneggiamento della membrana delle cellule endoteliali, specialmente a livello renale (à escrezione urinaria), ma anche in alcuni casi genitale (à trasmissione venerea), oculare ed altro. Le lesioni vengono prodotte dall’azione di tossine leptospira-associate, fra le quali le più importanti risultano essere

ü     Una componente lipidica di una glicolipoproteina   (GLP)

ü     La frazione lipopolisaccaridica (LPS) presente nel corpo batterico

Oltre all’azione tossica, la malattia può essere indotta anche attraverso un meccanismo autoimmune, ben documentato quale fattore coinvolto nella progressione delle lesioni renali nel cane e nello sviluppo dell’uveite nel cavallo.

E’ importante notare che l’immunità anti-leptospira, di tipo essenzialmente umorale, è prioritariamente rivolta verso l’antigene LPS e risulta protettiva, anche se esistono evidenze di altri possibili meccanismi immunologici in grado di proteggere gli animali dalla malattia. L’immunità è ovviamente sierovariante-specifica, con possibilità di protezione crociata nei confronti di altre sierovarianti purchè appartenenti allo stesso sierogruppo. L’immunità persiste a lungo nel tempo.

Dal punto di vista della sintomatologia, negli animali le infezioni da leptospira decorrono in forma clinica o subclinica, potendo comunque evolvere in infezioni persistenti (à stato di portatore) a livello renale e/o genitale. Le forme cliniche presentano di norma un decorso acuto, con un quadro che spesso si ripete in modo simile nelle diverse specie animali colpite, ma la cui gravità è alquanto variabile in funzione della sierovariante infettante e della specie animale colpita.

La tabella seguente elenca in modo assai riassuntivo i quadri clinici più significativi nelle specie animali di  maggiore interesse

              

SPECIE ANIMALE

SINTOMATOLOGIA

Bovino

Caduta della produzione lattea, aborto

Suino

Aborto

Cane (*)

Nefrite, epatite (Leptospira icterohaemorrhagiae)

Nefrite, gastroenterite (malattia di Stoccarda da Leptospira canicola)

Cavallo

Nefrite, aborto, uveite (‘oftalmite periodica’)

Gatto, piccoli ruminanti

Di norma decorso asintomatico

(*) specie nella quale la leptospirosi si traduce nelle forme cliniche più conclamate

 

 

 

 

     
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